L’ANIMAZIONE DELLA COMUNITA’ CAPI Sintesi dei lavori del Consiglio di Zona – Primavera 2000

Agesci Zona di Scorzè

L’ANIMAZIONE DELLA COMUNITA’ CAPI
Sintesi dei lavori del Consiglio di Zona – Primavera 2000

Le seguenti riflessioni sono il frutto del lavoro dei capi gruppo della zona di Scorzè, che attraverso il confronto sulla base di un contributo apparso su Proposta Educativa 99’ dal titolo “Cucire con l’ago, ovvero l’arte di ricamare”, hanno portato le loro esperienze ed i loro suggerimenti sul tema dell’animazione della comunità capi, prefiggendosi due scopi:

 

uno scambio di idee e consigli sulle dinamiche di comunità e sul ruolo dell’animatore di co.ca. al fine d’arricchire vicendevolmente il bagaglio di nozioni ed esperienze che ciascuno spende ed accresce nella guida della sua cumunità;

lasciare una traccia come contributo a chi si appresterà ad affrontare questa esperienza in un prossimo futuro perchè… se è vero che la strada entra dai piedi, e’ anche vero che l’imparare facendo e’ un metodo di educazione destinato alle attivita’ pratiche dei nostri ragazzi e non alla gestione delle relazoni in una comunità di adulti.

I titoli degli stimoli tratti dall’articolo su P.E. “Cucire con l’ago…” di Paola Dal Toso:

1) Legami tra adulti
2) i conflitti …fanno perdere di vista la meta finale
3) Uniti per il servizio o per la compagnia?
4) Correzione fraterna
5) gli estremi: la co.ca è tutto (vita, relazioni, amicizie) la co.ca. è inutile (branchiamo, indipendenti)
6) Rispetto per i tempi ed il passo degli altri, l’ascolto, la mediazione
7) saper riconoscere la comunità come dono di Dio. Saper leggere il suo progetto
8) Condivisione
9) Donare senza misurarci con l’altro

LEGAMI TRA ADULTI – La co.ca. in amicizia o in servizio?

E’ certamente vero che la co.ca. esiste in ragione del fatto che si è li per rendere un servizio ai ragazzi, ma se tutto questo diventa estremamente oneroso, altre incombenze ci distolgono da questo impegno.
Non si può rimanere in comunità per solo spirito di servizio, ma la molla che più ci motiva è il bene che vogliamo ai ns.ragazzi. Se poi l’ambiente si rivela interessante anche per l’allegra frequentazione d’amici e in ogni modo di persone stimate esso diventa un luogo privilegiato che un capo sceglie di frequentare anche per la sua crescita.
Alcune attenzioni su questo primo ambito:
Il semplice stare in compagnia copre a volte vuoti d’intenti o di contenuti, questa dinamica può essere sicuramente usata come strategia iniziale per legare delle persone, ma poi deve evolvere in stima reciproca per permettere quella coesistenza tra diverse generazioni o diverse estrazioni sociali che diventano occasioni di relazioni mature e finalizzate al raggiungimento delle mete educative prefissate.
Tale collante permetterebbe la convivenza e l’integrazione tra modi diversi di interpretare l’educazione, ad esempio i capi giovani privilegiano il rapporto con i ragazzi, quelli anziani il metodo ed il progetto.
Capita ancora troppo spesso che ci capita di notare più’ le mancanze che i risultati in termini d’impegno e crescita delle persone (fa più rumore nella foresta un albero che cade degli altri mille che crescono!!! B.P.).
Da questo si deduce quanto importante dentro la comunità sia il comunicare attraverso piccoli segnali di stima reciproca il “bravo” che ciascuno di noi vorrebbe sentire per rafforzare la stima di sé e tenere vive le motivazioni e l’entusiasmo nel fare sempre meglio l’educatore.
L’amicizia vera nasce e si rafforza nel condividere le fatiche e le esperienze d’ogni giorno… Potrebbe essere un’idea quella di fare qualche riunione in meno dentro la sede e qualche uscita in più?!!!

I CONFLITTI … FANNO PERDERE DI VISTA LA META FINALE

E’ difficile stabilire quanto ogni singolo capo si senta “dentro” la co.ca.
E’ specialmente in ragione di questo che emergono grinta e passione nel dibattere le situazioni, nel discutere le opinioni, nel valutare le posizioni e l’impegno degli altri, oltre che il proprio.
Talvolta la discrezione ed il tono dimesso nel lanciare i problemi rischiano di farli passare per secondari, di conseguenza si rischia di sentire solo la voce di chi sa “gridare”. Le urgenze e le emergenze fanno calare l’attenzione verso i singoli e le situazioni personali. Succede che, l’attenzione alla meta finale, – il ragazzo –, diventa nemica dell’attenzione al singolo capo.
Dai contributi del consiglio emerge chiaro che la ristrettezza dei tempi destinati alla co.ca. porta a dover “comprimere” le molte questioni tecniche ed organizzative nei tempi consentiti togliendo spazio al dialogo ed allo scambio mirato a quelle situazioni magari un po’ meno concrete ma sicuramente importanti per la crescita della comunità.
Va da sé che l’ambito di maggior dialogo diviene lo staff o la situazione estemporanea che però rimane scambio tra singoli privo di quella arricchimento che solo una comunità può favorire.
In base a quanto detto, viene ribadita l’importanza di un appuntamento possibilmente settimanale, in quanto l’assiduità degli impegni di staff, porta a vedere lo scautismo solo dall’interno delle unità facendo annacquare la dimensione comunitaria ed accentuando tutta una serie di conflitti che potrebbero più facilmente essere gestiti tenendo presente che “la meta finale” cioè il ragazzo, non è solo il mio lupetto, ma anche l’esploratore di Toni che mi ha fregato l’idea per l’autofinanziamento!
In quest’ambito, tra i suggerimenti viene ribadita l’importanza della preghiera comunitaria come catalizzatore dei nostri sforzi e meta del nostro agire, argomento questo che viene ampliato al punto sette.

LA CORREZIONE FRATERNA

E’ principalmente compito del capo gruppo e degli anziani della co.ca. curare e far crescere i rapporti tra le persone. Questo significa accettarle ed ancora prima conoscerle. Ciascuno deve far crescere la sua umiltà e questo diventa già di per se un forte stimolo sul cammino verso questa direzione, che poche altre occasioni possono offrirci.
Fondamentale avere quindi una buona disponibilità di tempo e capacità d’ascolto.
Gli interventi importanti saranno quelli di favorire la distensione dell’ambiente dando importanza a tutte quelle attività di gioco e di svago che talvolta rischiano di essere dimenticate o delegate a pochi spazi istituzionali. Le uscite rafforzano il clima e lo spirito d’appartenenza; offrono i tempi di confronto anche destinati a scaricare le tensioni.
Il Progetto del capo è uno strumento ideale di correzione fraterna, soprattutto se è verificato alla luce della parola di Dio che in un capitolo della bibbia fa espressamente menzione all’argomento in questione.

RISPETTO PER I TEMPI E IL PASSO DEGLI ALTRI, ASCOLTO, MEDIAZIONE

Non è sempre facile rispettare il tempo ed il passo degli altri, talvolta il peso delle responsabilità e la necessità di procedere versano degli obiettivi, costringe colui che regge il timone, ad un atteggiamento troppo decisionista, e quindi poco rispettoso dei tempi del singolo.
La consapevolezza di essere degli educatori non professionisti dovrebbe servire per aiutarci ad accettare i limiti di disponibilità di noi stessi e di chi lavora con noi anche se talvolta lo scarso contributo di alcuni può minare la buona volontà dei più generosi.
A tale proposito sarebbe importante ad inizio anno avere ben chiari eventuali problemi di tempo o limitazione d’autonomia e disponibilità da parte di ciascuno. Questa chiarezza eviterebbe durante l’anno di andare poi a pescare su quella “zona grigia” costituita da attese non mantenute o scarso riconoscimento del poco che si è offerto.
Queste tre virtù (rispetto, ascolto, mediazione,) non vengono riconosciute da coloro che considerano la co.ca. come ambiente puramente organizzativo, creando così divisioni e fratture che fanno allontanare la voglia di scambio e confronto su tematiche relative alla crescita di ciascuno in comunità.
Pensando al ruolo fondamentale che riveste una serena vita di relazione tra i membri di una comunità sono emerse alcune considerazioni: innanzi tutto nell’affrontare queste dinamiche diventa sostanziale il numero dei membri della comunità, infatti, se il numero esiguo aiuta a mantenere strette le relazioni, in una comunità numerosa difficilmente una sola persona può pensare di assumersi tale onere.
In questi casi diviene importante per l’animatore di co.ca. identificare le persone più carismatiche, che andranno coinvolte in prima persona nel raggiungere tutti, sulla base delle affinità di ciascuno e creare poi un momento di scambio dove far circolare le richieste, le osservazioni ed i bisogni di ognuno al fine di avere sempre consapevolezza di dove siamo diretti e su quali forze possiamo far leva.

CO.CA COME DONO

Salve rare occasioni, all’inizio o alla fine della riunione di co.ca. si fa una preghiera.
Molto più raramente durante la preghiera si prova lo slancio per ringraziare Dio per averci donato questa comunità.
Eppure non è difficile considerare questa comunità come uno dei momenti privilegiati della “mia” giornata dove ancora oggi riesco a crescere in modo tangibile.
Forse, questo vivere la comunità potrebbe indurci a capire e ad avvicinarci un poco di più all’esperienza dei primi cristiani.
Questa potrebbe essere un’attenzione a cura dell’animatore della comunità che renderebbe maggiormente consapevoli.
I capi di tale ricchezza e forse più disponibili ad interpretare le dinamiche interne anche con gli occhi della fede, e ci aiuterebbe a percepire questa dimensione sostanzialmente diversa dall’ efficientismo tipico dell’ambiente di lavoro.

DISPONIBILITA’ SENZA MISURE – VOCAZIONE

E’ molto difficile donare senza accampare, almeno nell’angolo più nascosto della mente, la speranza di essere “ricompensati” in qualche maniera.
Ancora più difficile da gestire è la dinamica dove, per il troppo amore nei confronti dell’attività’, non riusciamo ad accettare che qualcuno, offra meno di noi, o comunque dedichi molte meno energie alla “importanza della causa”.
Per un animatore di co.ca. diventa importante avere il polso della situazione per capire quanto queste dinamiche influiscano nei frutti del lavoro della comunità. Saper gratificare senza risparmio chi “lavora”, diventa esempio comunque per tutti ed esercizio a “vedere” i frutti del lavoro di coloro che ci stanno vicini. Potrebbe inoltre consapevolizzare al servizio come vocazione, permettendo di non soffrire o “misurare” la disponibilità con chi fa meno di noi.

 

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